Votazioni di giugno…

No all’iniziativa e fermo richiamo al Governo

La tentazione è forte. Deponendo nell’urna, il prossimo primo giugno, un «sì» all’iniziativa della Lega in favore degli sgravi fiscali si darebbe un segnale inequivocabile a Governo e Parlamento contro qualsiasi tentazione di ritocco verso l’alto della pressione fiscale. Questa in effetti sembra essere, più dei benefici immediati per cittadini ed imprese, la motivazione sostanziale alla base della posizione dichiaratamente favorevole di non pochi esponenti di spicco di altri partiti (che come tali sono ufficialmente schierati contro). Un fatto assai significativo, che non può essere liquidato sbrigativamente riconducendolo ad interessi spiccioli, ma deve far riflettere.
Perché esprime il diffuso disappunto di un parte importante del Paese nei confronti di un apparato politico-amministrativo che non ha saputo realizzare un equilibrio finanziario in momenti di trend economico positivo e quindi di crescita rilevante delle entrate. E ciò mentre molti altri cantoni, a cominciare dai Grigioni, non solo sono stati capaci di farlo, ma hanno pure gettato le premesse per alleggerimenti tributari, favorendo così l’insediamento di nuovi contribuenti e lo sviluppo delle attività economiche. In Ticino invece si è lasciato addirittura intendere in più di una occasione (a dispetto delle smentite a posteriori) che, per rimettere in sesto le casse pubbliche,  si sarebbe piuttosto considerato un aumento dei tributi.
Tutto ciò ha fatto maturare in più d’uno la convinzione  che l’unico modo per costringere il Cantone a seguire questa strada e a contenere davvero la crescita della spesa pubblica è quello di ridurgli le entrate. Da qui il sostegno ad una iniziativa che, pur con l’indubbio merito di sollevare e sottoporre ai cittadini una problematica di primaria importanza, presta comunque il fianco alle critiche. E non solo perché abbina il tema fondamentale della competitività fiscale per le persone giuridiche ad un alleggerimento per le persone fisiche di fatto più simbolico che concreto per la grande maggioranza dei contribuenti, ma incisivo per le casse pubbliche. Ma anche e soprattutto perché proviene da un movimento che da sempre sostiene il gonfiamento del debito pubblico come soluzione per avere insieme l’uovo e la gallina, cioè meno imposte e più spese.
Queste considerazioni ci spingono, pur riconoscendo il fondamento di una parte delle motivazioni che la sostengono, a ritenere che sia più opportuno e ragionevole, in questo momento, dire «no» all’iniziativa. Il risanamento finanziario rimane un obiettivo prioritario e ridurre ora i margini di manovra con un importante taglio alle entrate sarebbe inopportuno. La stabilità dei parametri fiscali svolge in questa fase un ruolo non secondario e su di essa si deve poter fondare una politica di risanamento volta a riportare sui giusti binari la gestione finanziaria dello stato.
E su questi binari – bene espressa nella chiara e netta posizione assunta dal PPD: niente sgravi e niente aumenti – dovranno muoversi, senza ambiguità e senza tentennamenti, Governo e Parlamento. In tal senso l’invito a confermare per il momento i parametri fiscali in vigore non può che accompagnarsi ad un fermo e forte richiamo, rivolto in primo luogo all’Esecutivo, ad operare all’insegna del rigore e della trasparenza. Mettendo maggiore impegno e energie in primo luogo nel porre un freno alla crescita delle spese (poiché di questo, in sostanza, si tratta).
Al di là degli appelli di circostanza all’insegna del catastrofismo (al quale si ricorre troppo spesso, con effetti per altro dubbi) un Governo che chiede ai cittadini di dire «no» alla diminuzione della pressione fiscale deve dimostrare coi fatti e in maniera inequivocabile di saper dire anch’egli «no» alla perniciosa tendenza a spendere e spandere i soldi dei conribuenti.

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